Note di regia
“La guerra va incontro a tutte le esigenze, anche a quelle pacifiche.”
(Bertolt Brecht)
Mettere in scena Madre Courage e i suoi figli in uno spazio piccolo come la Maison GoDoT significa, innanzitutto, accettare una sfida. Un testo come quello di Brecht richiede spazio: strade, accampamenti, campi di battaglia, eserciti, carri, mercati, masse di soldati e di popolo. Un mondo intero che attraversa la scena. E invece noi abbiamo scelto di fare esattamente il contrario: portare questo mondo enorme dentro uno spazio piccolo. Non tentando di nascondere il limite dello spazio, ma facendolo diventare parte integrante della messinscena. La ristrettezza della Maison GoDoT non è dunque un ostacolo da aggirare. È una condizione drammaturgica. Ci costringe a concentrare, a eliminare il superfluo, a trasformare lo spazio in una macchina teatrale capace di evocare, più che rappresentare, così come più volte ci è capitato mettendo in scena Il castello di Kafka o il recente Ubu re di Jarry. È curioso parlare di prima volta con Brecht. La Compagnia G.o.D.o.T. affronta infatti per la prima volta direttamente un testo di Bertolt Brecht, ma tutta la mia storia teatrale e quella di Federica Bisegna si è sviluppata, in qualche modo, lungo un binario brechtiano e lo abbiamo interpretato più volte al Piccolo Teatro di Catania con il Maestro Gianni Salvo, con la messa in scena de I sette vizi capitali e ne La leggenda del soldato morto (in occasione del centenario di Brecht con gli attori del Piccolo teatro di Milano e il regista Squarzina). Arrivare finalmente a Brecht significa quindi, paradossalmente, incontrare qualcuno che era già presente. Brecht vuole che lo spettatore guardi. Ma vuole anche che pensi mentre guarda. La guerra non è lontana Abbiamo scelto Madre Courage e i suoi figli non per raccontare una guerra del Seicento. La Guerra dei Trent'anni è il contesto, ma non è il nostro argomento. La guerra di Madre Courage è una macchina economica, un sistema nel quale qualcuno perde, qualcuno muore e qualcun altro guadagna. La guerra diventa mercato. E il carro di Madre Courage attraversa questo mercato come una piccola impresa familiare che sopravvive proprio grazie a ciò che distrugge la vita degli altri. Madre Courage vive della guerra e contemporaneamente ne è vittima. È carnefice e vittima. È madre e commerciante. Ama i propri figli e, nello stesso tempo, li trascina dentro il meccanismo che finirà per distruggerli. E in tale contraddizione il personaggio diventa umano. Il carro diventa il cuore dell'intero dispositivo scenico. Il carro di Madre Courage non è soltanto un oggetto di scena. È casa, è negozio, è rifugio, ed è, soprattutto, la guerra che si porta dietro.
Ho immaginato un carro capace di ruotare su sé stesso. Da una parte mostra il mondo concreto di Madre Courage: il suo commercio, la sua merce, la sua vita trascinata attraverso la guerra. Dall'altra presenta una superficie più neutra, quasi astratta, capace di trasformare rapidamente lo spazio per le altre situazioni dell'opera. La rotazione diventa così un vero gesto teatrale. Non un semplice cambio scena, ma un cambio di prospettiva. Girando il carro, il mondo cambia senza che il mondo cambi davvero. È questa una delle immagini centrali della nostra messinscena. La guerra continua, gli uomini cambiano, i luoghi cambiano, i morti cambiano, ma il meccanismo resta. Madre Courage è una tragedia, ma è anche un'opera attraversata continuamente dall'ironia, dalla musica, dal grottesco: l'orrore può diventare quotidiano e il quotidiano può diventare grottesco. Alla fine, Madre Courage rimane sola. Ma il carro deve continuare. Questa è forse l'immagine più terribile e più semplice dell'opera. Forse è proprio qui che Brecht ci consegna la domanda più scomoda: quante volte siamo disposti a continuare a trascinare il nostro carro, anche quando sappiamo perfettamente dove ci sta portando? Ecco perché, ancora oggi, abbiamo bisogno di ascoltare Brecht.
Vittorio Bonaccorso