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La casa di Bernarda Alba

di Federico Garcia Lorca

con

Federica Bisegna
Vittorio Bonaccorso

Note di regia

 Non c’è un pensiero, una riflessione, un colore della vita, un’emozione, un concetto filosofico, un moto dell’anima, un umore che non trovi in Federico Garcìa Lorca una sua massima espressione in versi. “Pronunzio il tuo nome nelle notti scure…” mi basta aprire a caso la sua raccolta di poesie, poemas, sonetti o drammi per trovare subito le parole giuste per quello che voglio esprimere o raccontare. È il poeta dei poeti. “Insieme ai giganti che ci portano linguaggi sorprendentemente nuovi, ci dona un linguaggio che ha tutte le qualità della vita, il freddo del ghiaccio, il sapore della frutta, l’ardore del fuoco, gli attributi di un’antichissima verità di cui abbiamo perso l’essenza in una selva di simboli e di definizioni, e che ad essi è ancora sufficiente ritornare per farla esistere nella sua pienezza. Si racconta che piangeva come un bambino quando fu portato a Viznar per essere fucilato. Piangeva per l’irrimediabile perdita di quel dono, per i tesori di poesia che sarebbe caduta inespressa mentre lo portavano a morire contro un muro bianco. Era un lampo fisico, diceva Neruda, un’energia in moto perpetuo, un’allegria, uno splendore, una tenerezza assolutamente sovrumana. La sua persona era magica e apportava felicità”. (Bodini). La felicità che un’attrice prova recitando i suoi drammi, intrisi di pathos, sensualità, senso della vita e della morte, nella pura essenzialità. La casa di Bernarda Alba è un dramma cupo, consumato in tanto bianco di calce, il bianco dei muri della casa, il bianco che ricorda la pietra della suggestiva scalinata della Castello di Donnafugata dove, come in una visione, ho visto incedere a passo lento le donne in lutto chiuse nella gabbia edificata dalla madre tiranna, vittima anch’essa di una cultura repressiva, schiava del pregiudizio, dove la febbre brucia e consuma le cinque figlie per l’unico uomo che, promesso alla primogenita, è desiderato fino al parossismo da tutte. “Amore e morte, eterno conflitto ed eterna simbiosi. Amalgama di contrasti, dove desiderio, miraggi di possesso, estasi di passione perpetuamente bruciano al fuoco della distruzione, si estinguono nelle ceneri del nulla…” (Clementelli). Con la scansione della tragedia si consuma inesorabile il dramma delle figlie di Bernarda che anelano ad una libertà negata che solo la vecchia Maria Josefa, madre di Bernarda, riesce a trovare rifugiandosi nella follia.“E’ il grande teatro mediterraneo senza tempo, la crisi del nucleo familiare, la furiosa mancanza del maschio. Dietro la società visibile e suoi ordini vi è quest’altra legge, non più forte ma più temeraria e feroce, che è il sangue.” (Bodini). Tutto qui è teatro puro che assurge ai livelli più alti e universali della poesia e inchioda in un turbinio di contrasti emotivi sia l’interprete sia lo spettatore.

Federica Bisegna

Ricordo un film dove un intenso Manfredi (nella sua ultima interpretazione) era Lorca redivivo, scampato alla fucilazione ma ormai muto e smemorato. È un’immagine suggestiva e straordinaria perché in realtà un poeta non muore mai ma continua a vivere nei versi che ha scritto (il mancato ritrovamento dei resti di Lorca, dopo la sua fucilazione, sembra suggerire proprio questo). Un’immagine che mi accompagna ogni volta che incontro la sublime parola di questo genio, come uno spirito guida. Pur condensando in uno i tre atti originali, ho cercato di rispettare la scansione musicale del testo, fatta di pause ed improvvisi accelerando di una parola dura e tagliente ma al tempo stesso calda, avvolta in quel “silenzio ombroso” in cui le angosce si materializzano per dare vita a fantasmi irrequieti. Ho chiesto alle attrici di farsi possedere da essi guardando al copione con gli occhi e la mente rivolte alla tragedia greca. Ho cercato di fare del corpo di Bernarda i pilastri della casa e di quello delle attrici le pareti, scarnificando quei “muri spessi” in semplici graticci: elementi che costituiscono la gabbia – galera all’interno della quale Bernarda è l’albero della nave a cui legare le figlie attratte dal canto degli uomini “sirena”, nella vicina ma, al contempo lontanissima, campagna assolata, il mare in cui vorrebbero affogare per “salvarsi”, perdersi e dare un senso alla propria vita.

Vittorio Bonaccorso