EDIPO RE



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Dopo il grande successo di Medea di Euripide della scorsa stagione abbiamo deciso di mettere in scena la tragedia più celebre di tutti tempi, nella bellissima traduzione che la scrittrice catanese Maria Greco ha voluto realizzare apposta per la Compagnia G.o.D.o.T. La Greco è insegnante di italiano, latino e greco presso il Liceo Classico Mario Cutelli del capoluogo etneo, coordinatrice di laboratori di lettura e di scrittura creativa. 

“…Il mito è il fondamento della vita.”

(Thomas Mann)

Affrontare il “mito”, nell’accezione più ampia del termine, significa considerare le innumerevoli ramificazioni, discendenze, trasformazioni e rifacimenti che nel corso dei secoli si sono stratificati ed intrecciati. Innumerevoli infatti le riletture dell’Edipo Re da parte dei grandi autori come Seneca (anche se la sua trama è, forse, più indicata allo studio che al palcoscenico), Corneille, Dryden e Lee, Voltaire, Tesauro, Hofmannsthal, Gide, Cocteau, Pasolini, Durrenmatt ed  altri che hanno tratto spunto o hanno a piene mani attinto dalla più celebre delle tragedie dell’antichità (tutti impegnati a costruire intrecci subordinati, dove personaggi minori assurgono a ruolo di coprotagonisti più o meno riusciti). Tanto più quando il mito “…attraverso un capolavoro conclamato assume un ruolo nelle civiltà posteriori… (Paduano)”. Nel nostro caso un ruolo determinante perché poche figure, quale quella di Edipo, sono entrate nel linguaggio e nell’immaginario collettivo. Soprattutto dopo l’intuizione di Freud che, nel bene e nel male, nessuno può ignorare. O, all’opposto, nemmeno dopo il lucido e spietato saggio di Vernant “Edipo senza complesso”, nel quale l’autore ci invita a considerare l’inesistenza del famoso “complesso” in quanto il protagonista è all’oscuro delle sua vera discendenza. L’assunto: Edipo ha il complesso di Edipo, Edipo è un uomo, tutti gli uomini hanno il complesso di Edipo, attiene alla società dopo Freud non a quella dello spettatore del V secolo a.C. Per questo, al di là di tutte le simbologie più o meno trasgressive e tra tutte le sfaccettature di cui il grande scienziato si è occupato, è interessante considerare quella che lui chiama l’identificazione inconscia tra spettatore e personaggio; nei casi in cui al centro dell’azione sta un soggetto che noi giudichiamo negativo ma che esercita tuttavia un fascino oscuro. Pensiamo a tutti i personaggi della letteratura teatrale i quali, senza un’identificazione inconscia, non sarebbero cavalli di battaglia dei grandi attori, poiché i loro antagonisti (positivi) sono drammaturgicamente inconsistenti. Qui, però, c’è una differenza: il personaggio è negativo a sua insaputa. Anzi, Sofocle fin dall’inizio ce lo presenta come uomo retto ed eroico salvatore. Una differenza che ci pone degli interrogativi sull’interpretazione dell’Edipo Re: fatalistica o no? Seppure nell’involontarietà delle proprie azioni, Edipo vuole a tutti i costi scoprire la verità. Una verità celata dalle congetture portate avanti sul caso, così come avviene nei romanzi gialli. Ma la verità a tutti i costi, il più delle volte, porta sciagure, si sa. Il più grande caso di innocenza-colpevole ma anche di coraggio: Edipo infatti non si uccide, si toglie la vista (per la vergogna) in modo da espiare patendo. Il risolutore del più grande degli enigmi, quello della Sfinge, una volta acquistato il potere, viene battuto dal un altro oracolo, quello di Delfi, e da un profeta, Tiresia. E ancora: se quest’ultimo sapeva della discendenza di Edipo, perché non ha parlato prima? E’ stato tramato un complotto da fare esplodere al momento voluto? Tutto ciò ci fa nascere la più importante delle domande: qual è il tema di Edipo Re, l’incesto/parricidio o la scoperta che Edipo ne fa e ciò che ne consegue? Alla grande emergenza sociale della peste si oppone la fiducia nella gestione illuminata del potere e della ragione (che ha vinto sulla Sfinge) così come vuole Sofocle, oppure è il potere stesso la peste, quintessenza del male, così come interpreta Seneca? Io credo tutte e due le cose. Per questo motivo il personaggio Edipo attrae magneticamente e ci sprofonda nell’ambiguità della sua tragedia. Una cosa è sicura, la sua modernità prorompente, perché vive in termini estremi lo scarto tra uomo e destino: da un lato la basilare aderenza ai più grandi valori umani dall’altro la trasgressione dei più grandi divieti. Forse, proprio come nella mitologia greca, Edipo è l’uomo e il dio – incestuoso e parricida – in un unico corpo; è la cura e, al tempo stesso, il cancro della società: il dualismo dell’uomo contemporaneo.

Vittorio Bonaccorso