IL MARINAIO



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“Mai più tornerò ad essere ciò che forse non sono mai stata”

È una delle frasi che la Seconda Vegliatrice dice all’inizio di questo dramma statico, e che racchiude, per me, il senso dell’unico, breve scritto teatrale di Fernando Pessoa.
Qui l’autore si diverte a giocare con il contrasto tra veglia e sonno: le tre sorelle sono sveglie o lo stanno solamente sognando? Quale delle tre sogna le altre? Chi è la fanciulla che stanno vegliando? La fanciulla vegliata è morta o, dormendo, sta sognando le altre tre?
Una di esse racconta, nel sogno di un sogno, la storia di un marinaio che, a sua volta, sogna – naufrago – la patria perduta e, nel sonno, ne costruisce una tutta sua, una sorta di Xanadu onirica dove il marinaio, che “mai più tornerà ad essere ciò che forse non è mai stato”, è per caso quello della ballata di Coleridge?
Mi piace pensare sia il poeta stesso che - “fingitore” per natura - si cela in questa sorta di labirinto o gioco di specchi borgesiano.  
Più che fanciulle in carne ed ossa, le tre figure femminili sembrano evanescenti metafore che ci riportano alla Tempesta shakespeariana. Un naufragio da fermi – ecco perché dramma statico – non perché privo di azione, ma perché è la parola stessa che si fa azione immaginata, proprio come in Shakespeare.
In un bellissimo film dal titolo Inception, un professionista si occupa di estrarre segreti dalle menti delle persone mentre queste dormono, infiltrandosi nei loro sogni tramite un congegno a tempo. Questo permette di partecipare ad un sogno condiviso su livelli sempre più profondi: il sogno, dentro il sogno, dentro il sogno, nel quale è difficile capire qual è la realtà e dove nessuno capisce chi sta sognando chi. E se è vero che la filosofia si sviluppa dal pensiero scientifico, allora il teatro – il quale è affine alla filosofia – non può non essere contaminato da certe intuizioni, che Pessoa anticipa come in una poetica degli “universi paralleli”.
Mettere in scena Il marinaio pone la questione dell’interpretazione non dei personaggi ma di uno stato d’animo. Come le vele di un’imbarcazione, che si gonfiano al soffiare del vento, le tre figure sono pienamente “vuote”, corpi d’aria, specchi autoriflessi. Non hanno un prima né un dopo, sono in nessun luogo e in nessun tempo, se non in quello del ricordo che diventa presente e futuro. Infatti, ho chiesto alle attrici, Federica Bisegna e due nostre allieve Anita Pomario e Gaia Guglielmino, di immaginarsi come il personaggio di Ariel della già citata Tempesta; prigioniere di un incantesimo potente ma incapace di donare la più semplice e, al tempo stesso, la più irraggiungibile delle utopie: la libertà. Un sentimento, quest’ultimo, che può essere rappresentato dal non esistere più (la fanciulla morta) per esempio? O dalla chimera di una città ideale dove sentirsi un Kublai Khan a misura della nostra più fervida fantasia, del sogno appunto? Chi può dirlo?
Certo è che Pessoa fa vibrare, amplificandone il suono, ogni nostra più flebile corda. E così come Borges riesce ad essere poeta attraverso la filosofia, in quest’opera Pessoa riesce ad essere filosofo mercé la poesia, con un gioco di rimandi complesso che va al di là della mera catalogazione di poema simbolista; nel quale l’inizio è come la fine e dove ogni battuta ci porta a ribaltare e, nel contempo, a convalidare la frase, che sì, “la vita è sogno”.

Vittorio Bonaccorso