Ecuba





Sangue sitisti, e io di sangue t'empio.”

(Dante Alighieri: Purgatorio “Canto XII – 57”)

“Ecuba trista, misera e cattiva, poscia che vide Polissena morta, e del suo Polidoro in su la riva del mar si fu la dolorosa accorta, forsennata latrò sì come cane; tanto il dolor le fé la mente torta.” (Dante Alighieri: Inferno “Canto XXX – 16”).

Due citazioni del Sommo Poeta, una del Purgatorio e una dell’Inferno, metafore dei due sentimenti portanti la storia della sfortunata Ecuba: la follia per il dolore della perdita e la vendetta. Insieme a Medea, è una delle eroine euripidee più potenti. Ecuba è come Medea nella risoluzione e nell’astuzia ma non nel destino: la seconda esce vittoriosa dalla disputa con l’uomo e, nonostante gli empi delitti, fugge sul carro del Sole protetta dalla divinità paterna; la prima, invece, pur essendo totalmente vittima rispetto a Medea, verrà trasformata in una “cagna nera dagli occhi di fuoco”. Ed è proprio per la differenza tra queste due eroine – così simili eppur così diverse – che sentiamo Ecuba più vicina alla nostra condizione di moderni relativisti: creature immerse in un universo senza quegli “dei” i quali, se non si disinteressano della condizione dell’uomo, trovano tutte le modalità più crudeli di punirlo (ebbri di tanta sofferenza). Pur essendo considerato dai suoi detrattori (tra cui Aristofane) un misogino, Euripide ha una capacità straordinaria di sondare l’animo femminile, toccandone tutte le corde, tanto da inventare personaggi di una umanità, di una forza e di una modernità sconcertanti. Ecuba, mater dolorosa, si trasforma all’improvviso in una spietata vendicatrice, un mutamento repentino che, se da un lato lascia senza fiato per la spietatezza, dall’altro mette la figura femminile sotto una luce nuova, coraggiosa, capace non solo di grande forza d’animo ma soprattutto di intraprendenza (seppur nella volontà di rivalsa).  Una figura stagliata contro uno scenario di guerra che mi fa pensare alla “Madre courage” di Brecht, donna simbolo di un’umanità capace di affrontare qualsiasi avversità di fronte alla ferocia e alla bestialità. E come Madre courage si aggrappa al suo carro-casa-mondo, Ecuba si erge su ciò che resta della propria vita come sullo scoglio in cui verrà confinata e contro cui s’infrange il fragore di un mare in tempesta che è la battaglia dell’uomo contro l’uomo. Una donna feconda (50 figli) che è la metafora stessa della terra martoriata dai conflitti.
Dopo il grande successo di Medea, Federica Bisegna veste i panni di Ecuba curando – come sempre nei nostri spettacoli – anche l’adattamento del testo e i costumi: un’altra grande prova d’attrice. Abbiamo volutamente cercato di comprimere il coro, non trascurando però la struttura drammaturgica originale che per noi deve rimanere il più fedele possibile a quanto scritto dall’autore. In un momento così negativo per l’Europa, per il mondo intero, dove soffiano quei venti di guerra che pensavamo non dovessero più alitare, guardiamo a questi testi come ad un “oracolo”. Infatti i grandi autori sono sempre contemporanei per la loro capacità di vedere lontano nel tempo, ecco perché non hanno bisogno di essere reinterpretati o, peggio, reinventati ma soltanto riproposti e riscoperti.

   Vittorio Bonaccorso

Trama:

il dramma si svolge nel Chersoneso trace, nel campo dei Greci al ritorno da Troia. Trattenuti sulla terraferma da venti sfavorevoli, i comandanti dell’esercito greco decidono di sacrificare sulla tomba di Achille Polissena, la prigioniera troiana figlia di Ecuba. Nonostante le preghiere della madre, Polissena viene immolata e il sacrificio compiuto. Mentre Ecuba sta piangendo sul cadavere della figlia, le onde le restituiscono il cadavere di Polidoro, il figlio che la regina di Troia aveva affidato, accompagnato da sostanziose ricchezze, a Polimestore, re di Tracia, perché lo ospitasse lontano dalla guerra. Ecuba decide di vendicarsi dell’omicidio e, dopo aver attirato Polimestore nella sua tenda, lo acceca e ne uccide i figli. Quindi la flotta greca riparte alla volta di casa.