Dall'altra parte





“In pace i figli seppelliscono i padri, mentre in guerra sono i padri a seppellire i figli.”

(Erodoto)

Dello stesso autore mettemmo in scena, diversi anni fa, uno dei suoi testi più crudi e coinvolgenti (da cui è tratto anche un bellissimo film) e cioè La morte e la fanciulla. In questo lavoro Dorfman cambia stile, creando una commedia tragicomica che mi ha fatto subito pensare a Delirio a due di Ionesco. Anche qui il tema di fondo è la guerra. E anche qui i personaggi vivono in uno spazio e in un tempo sospesi. La metafora è chiara, e si riferisce a tutti i possibili confini costruiti nel tempo dall’uomo: la situazione balcanica, il conflitto israelo-palestinese o la grande frattura berlinese, per citarne solo alcuni. In un’atmosfera kafkiana, i due coniugi protagonisti vivono come “scarafaggi” in scatola, senza avere alcuna possibilità di uscire perché fuori piovono bombe. All’improvviso, dopo che alla radio viene annunciato il tanto desiderato armistizio, irrompe una guardia che ha il compito di delineare il nuovo confine. Da qui, Dorfman riesce a costruire con grande maestria una situazione al limite del paradosso, dove sono portati alle estreme conseguenze (dal macro al micro e viceversa) i concetti di territorialità, di straniero, di diverso, di appartenenza, di famiglia. Un testo che Federica Bisegna ha nel cassetto da tanto tempo e che ha trovato in questa stagione la sua collocazione più giusta, visto il periodo che stiamo vivendo: fatto di separazioni forzate da una guerra invisibile ma non meno terribile, quale quella contro il virus.  

Vittorio Bonaccorso