Sei personaggi in cerca d'autore





“L'arte e' magia liberata dalla menzogna di essere verita'”
(T. Adorno)

Questa frase del grande filosofo tedesco esprime, a mio parere, ciò che attanaglia attori e registi da che l’arte della scena ha avuto le sue prime teorizzazioni. In “Sei personaggi in cerca d’autore”, Pirandello smonta la ricerca della tanto agognata verità del personaggio da parte dell’attore: questi ultimi, infatti, non possono mai divenire una sola unità. Per tale motivo, Sei personaggi è una delle opere più moderne del ‘900, perché attua la disintegrazione dello spazio teatrale e la scomposizione delle forme drammatiche attraverso il teatro nel teatro. I personaggi del dramma appaiono reali al pubblico e non c’è immedesimazione; sembrano appartenere a quello che è il teatro “epico” di Brecht. L’invenzione più straordinaria di Pirandello, che verrà poi ripresa da tante opere teatrali e cinematografiche a venire, sta nel fatto che ad un certo punto la scena viene rubata agli attori dai personaggi, i quali vogliono raccontare le loro vicende personali. Nello stesso tempo, l’autore coglie l’opportunità di analizzare l’istituzione più importante della società umana, la famiglia, portando ai massimi livelli il senso di alienazione e di solitudine alle quali non c’è soluzione, con la ripetizione senza fine dell’angoscia delle colpe, o di quell’inferno che “siamo noi” (anticipando Sartre). Per la profondità dei sentimenti, per le innumerevoli sollecitazioni psicologiche, per la complessità dei rapporti tra i personaggi e, soprattutto, per quello che definisco il “sipario dietro il sipario” (quella sottile barriera invisibile e mentale, squarciata la quale appaiono i Sei personaggi), verrebbe da esclamare ciò che gli spettatori gridarono il giorno della prima, avvenuta al Teatro Valle a Roma nel 1921: “Manicomio! Manicomio!”.  Non per il tema, al quale ormai siamo svezzati da un secolo “liquido”, ma per la difficoltà di mettere in scena una parola tanto ricercata quanto bella. Non c’è invenzione più straordinaria che mettersi al servizio del testo cercando di restituire il senso dell’opera, non con attualizzazioni e adattamenti – a volte superflui – ma attraverso la cura della recitazione che è sempre il lavoro più difficile.         

Vittorio Bonaccorso