Tommy





“Quello di cui adesso ho bisogno è un posto tranquillo, isolato dal mondo, in cui possa far riposare i miei nervi.

(Haruki Murakami)

Giuseppe Arezzi, giovane attore ma con un bagaglio di esperienza ormai consolidato, affronta con maturità uno dei temi più scottanti di questo periodo pandemico: il conflitto interiore con la propria solitudine e il senso claustrofobico che ne consegue. Lo fa scegliendo un testo breve ma intenso di uno dei maggiori drammaturghi e scrittori contemporanei, Giuseppe Manfridi. Protagonista del monologo è Tommy, un giovane metafora della fragilità di una generazione che fa i conti con ciò che le è stato negato, primo fra tutti la possibilità di riscattarsi dalla bulimica assenza dei genitori. Assenza che, per paradosso, risulta ancora più evidente nel rapporto coatto a cui ci ha costretto una particella microscopica come il virus. Con questi è tornato in auge anche un altro fenomeno che negli anni passati era relegato soltanto alla società giapponese, quello degli “hikikomori” (lett. stare in disparte, ritirarsi, chiudersi), giovani che scelgono di scappare fisicamente dalla vita sociale. Una volta, da piccoli, ci si isolava costruendo capanne fatte di pietre e cartone o legno, per ritrovare un proprio mondo fatto di piccoli segreti, per dare sfogo alla sessualità appena sbocciata o per infrangere piccoli taboo. Quello di Tommy è un isolarsi a metà perché la sua capanna/seminterrato diventa una sorta di surrogato della sua mente, all’interno della quale rifugiarsi (per guarire?). Il buio è prossimo all’oscurità e alle tenebre, ma vuol dire anche non conoscere la verità, ignorare qualcosa. La verità invece è la luce. In questo contrasto perenne tra buio e luce, tra continue domande e risposte negate, Tommy struttura la sua anima e ne fa la propria casa. Un’anima sgabuzzino: in cui mettere tutte le cose che non vanno, che non piacciono o che piacciono ma sono vietate. Come una pentola a pressione il suo corpo risente di questa lotta e trova una valvola di sfogo in uno starnuto nervoso, quasi da animale. Egli si confessa in un finto dialogo o una specie di seduta psicanalitica con sé stesso, in una sorta di parossistico autodafè.

 Vittorio Bonaccorso