Manifesto del Piatto: per un provvisorio teatro ri-dimensionato
     
 

https://youtu.be/p0DlwBbLdyg

MANIFESTO  DEL PIATTO

Per un provvisorio teatro Ri-dimensionato

 Nel tempo del distanziamento sociale ANNUNCIAMO il buio delle luci sulla scena, il sipario chiuso, le sedie vuote. Al teatro manca ogni superficie, restano solo uscite d’emergenza, riflessioni da scrivere a bordo di mouse, rivolte a un pubblico assente. Corpi lontani che esistono in un quotidiano ridisegnato da un ibrido, dall’innesto del reale con il virtuale della Rete. Spazio di verità e di finzione, arena per coloro che postano, dove tutti si trovano in diritto di dire, criticare, visualizzare. SIAMO COSTRETTI A VIVERE NEL CREDO di un presente malato, in un’unica piattaforma di comunicazione collettiva concessa da un virus impegnato a succhiare il respiro degli uomini e a tenerci chiusi nei gusci delle nostre case. Se il teatro da sempre riflette la vita, oggi si prepara a rispecchiare il piatto di uno schermo, a ricorrere a uno schermo privo di volume per comunicare il proprio presente. L’ATTORE è impossibilitato a muoversi sul palcoscenico, se non vuole soccombere deve accontentarsi d’apparire in altro modo. Per conforto PROCLAMIAMO un ritorno a Cartesio, ad una proiezione piana di noi stessi e degli oggetti che ci circondano. Un cataclisma ci ha spiaccicato, occorrono nuove maschere al racconto di DRAMMI DOMESTICI accompagnati dall’uso di cose comuni dettate dall’abitudine e dalla necessità. È giunta l’ora di CELEBRARE le IMPRONTE. La forza che ha schiacciato, azzerato il mondo, costringe il teatro ad essere un’ impronta di se stesso e mere impronte gli attori. Ri-dimensionare il teatro al tempo del Coronavirus induce a tracciare sulla superficie del web la cornice di un qualcosa sul quale muoverci, camminare, tornare a recitare per non dimenicarsi d’esistere. ESALTIAMO LA LEGGEREZZA di un attore che deve imparare dalla suola, da una foglia caduta, dall’essere garza di parole. Un virus ha reso uguali gli esseri umani. Il virus non ha confini, non conosce caste sociali, religioni, razze, non si fa corrompere, non cede a compromessi o accordi politici. Nell’era del villaggio globale ci ha separati non più in continenti, stati, regioni, province, comuni, quartieri o case, ma in singole unità. Ci ha scomposto riducendoci ad essenza. In un momento dove non è possibile instaurare rapporti umani epidermici REINVENTIAMO, CERCHIAMO, INSEGUIAMO, l’osmosi tra palcoscenico e platea, tra l’attore-uomo che agisce e colui che guarda e assiste. ATTONITI E PERPLESSI CI CHIEDIAMO: nel millennio in cui si producono centinaia e centinaia d’immagini, quale sarà per il teatro la forma più necessaria e adatta a non permettere che esso soccomba o si riduca a mera cronaca del quotidiano? Come porsi di fronte a ciò che percepiamo come un dilemma irrisolvibile? RIFUGIAMO da ogni attrattiva offerta dai social che miri al subitaneo riversare di qualsiasi forma di esibizione che riempia lo spazio-tempo virtuale. Nell’impossibilità d’usufruire di nuovi strumenti, ci IMPEGNAMO a definire per il nostro teatro ri-dimensionato una diversa modalità di contento, altro rapporto tra forma e sostanza, tenendo conto che l’invenzione di una forma è già sostanza. Se il contenitore contiene il contenuto, il contenuto conterrà il contenitore. Pertanto MANIFESTIAMO attiva la dimensione unica del PIATTO in cui il TEMPIO dove effettuare il rito del teatro coincide virtualmente con lo schermo, il nostro nuovo sipario, un sipario luminoso. PIATTO è sia sostantivo sia aggettivo. Nel sostantivo ritroviamo la metafora dell’impellenza primaria del mangiare, nell’aggettivo la nostra condizione di umanità APPIATTITA da una sola via di possibile comunicazione: l’ESSERE ONLINE. Nel più ludico SLANCIO CREATIVO IMMAGINIAMO la possibilità d’immettere tra noi e chi guarda un supporto suggerito dal linguaggio pittorico. Leonardo usava la prospettiva e lo sfumato per dare l’impressione della consistenza atmosferica. Caravaggio la luce e il chiaroscuro, espedienti volti a creare sulla tela la dimensione di una profondità. VOGLIAMO che lo spettatore riesca nell’illusione a partecipare a un patto implicito nel nostro gioco. CHIEDIAMO a chi vorrà vederci d’eseguire una semplice costruzione manuale: prendere dalla cucina un rotolo di carta forno per disegnare e ritagliare in trasparenza le sagome di un pubblico da porre tra tastiera e schermo. OLTRE ogni limite sottile che separa la veglia dal dormire sentiamo a VOCE VIVA di DICHIARARE: «Tutto è bene quel che finisce bene. Sia nostra la vostra stima, son vostri i nostri ruoli, a noi le vostre ombre, a voi i nostri cuori».

di Lina Maria Ugolini e Vittorio Bonaccorso